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Personaggi

Bruno Angheben (Fine XIX° - XX° secolo)
Poche sono le note biografiche che si è riusciti a trovare sul fiumano Bruno Angheben. Si laureò in ingegneria ma soprattutto fu attivo come architetto, lasciando la sua impronta sia a Fiume che lungo la costiera di Abbazia: a lui si devono infatti parecchie ville estive, residenze all‘interno della città, ma anche tombe del cimitero di Cosala. I suoi quadri risentono dell‘influsso futurista. Alla piccola località trentina di Anghebeni (località di provenienza della famiglia) fece dono nel 1928 del progetto per una piccola chiesa, eretta in memoria del fratello Mario. Quest‘ultimo (sul quale vedi la voce a lui dedicata) nacque nel 1893 a Fiume e fu volontario di guerra con l‘Italia arruolandosi negli alpini. Cadde nel dicembre del 1915, ricevendo alla memoria la Medaglia di Bronzo al Valor Militare. In seguito fu considerato fra gli eroi dell‘irredentismo fiumano, e a lui fu intitolata una Compagnia delle Forze Armate Fiumane nel periodo dannunziano. Il progetto più importante e noto di Bruno Angheben fu quello per la grande chiesa di San Romualdo e Tutti i Santi, nota anche come “Tempio Votivo“ di Fiume. Eretta fra il 1928 e il 1934, è una delle più importanti opere architettoniche di stile modernista/funzionale costruite in Italia in quel periodo, al cui interno trovano riposo 474 salme di militari italiani morti nel corso delle due guerre mondiali. L‘intervento architettonico di Angheben riguardò l‘edificio sacro e il circostante parco delle rimembranze, il tutto pensato come un‘opera unica. Nel 1941 Bruno Angheben fu fra gli autori del piano regolatore della città di Fiume, di Susak (all‘epoca annessa al‘Italia) e di Abbazia. Al termine della seconda guerra mondiale partecipò ad una commissione per la ricostruzione di Fiume. Nel 2009 alcune opere di Bruno Angheben vennero esposte a Trieste, in una mostra intitolata “Futurismi al confine orientale 1920-1940“.
Mario Angheben (1893 - 1915)
Il padre Albino, originario di Anghebeni in Vallarsa (TN), insegna matematica nel ginnasio di Fiume, città dove Mario nacque il 12 marzo 1893. Diplomato nel 1911, si iscrisse alla facoltà di giurisprudenza dell‘università di Budapest, trasferendosi però nel 1912 alla facoltà di lettere dell‘Istituto di Studi Superiori di Firenze. Appassionato di montagna (fu socio della Società di alpinisti tridentini da marzo 1912), si dilettò di fotografia e di pittura, ma eccelse soprattutto negli studi storici e letterari, componendo ancor giovanissimo una serie di poesie, racconti e saggi brevi che ne lasciano intendere le grandi potenzialità. Arruolato nell‘esercito austroungarico all‘inizio della Grande Guerra, fu ferito in Galizia. Nel 1914 - convalescente in Trentino - disertò per l‘Italia, arruolandosi poi nel 1915 come volontario nel 6° Reggimento Alpini, assegnato al Battaglione Verona. Dopo varie e ripetute azioni valorose, cadde a Malga Zures (TN) il 30 dicembre 1915, venendo decorato alla memoria con la Medaglia di Bronzo. Il suo nome, unitamente a quello degli altri volontari fiumani caduti Annibale Noferi, Ipparco Baccich, Annibale Noferi e Vittorio De Marco, fu inserito in un monumento ai caduti eretto in città in punta al Molo San Marco, distrutto dagli jugoslavi nel 1945. A suo nome Gabriele d‘Annunzio intitolò una compagnia di legionari, così come gli venne dedicato un rifugio alpino sul Pian della Secchia nel Monte Nevoso. Sul fratello Bruno, si veda la voce a lui dedicata.
Giuseppe Aonzo (1887 - 1954)
Nato a Savona il 24 maggio 1887, fin da ragazzo si dedico alla vita di mare e divenne Capitano di lungo corso. All‘ingresso dell‘Italia nella Grande Guerra si arruolò volontario nella Regia Marina, col grado di Capo Nocchiere di 2a Classe, conseguendo ben presto la nomina a Guardiamarina di complemento. Comandante del MAS 21, partecipò - agli ordini del Capitano di Corvetta Luigi Rizzo, imbarcato sul MAS 15 - all‘azione di Premuda che il 10 giugno 1918 portò all‘affondamento della corazzata austriaca “Szent Istvan“ (Santo Stefano). Per questa azione, Aonzo fu decorato di Medaglia d‘Oro al Valor Militare. Al termine del conflitto lasciò la Marina e ritornò a Savona, dove riprese l‘attivita nella Marina Mercantile. Mori in quella citta il 1° gennaio 1954.
Icilio Baccich (1879 - 1946?)
Uomo politico fiumano, assieme ai fratelli Ipparco (volontario per il Regno d‘Italia nella Grande Guerra, cadde in combattimento nel 1916) e Iti (giornalista, direttore della rivista fiumana “La vedetta d‘Italia) fu uno schietto irredentista. Laureato in giurisprudenza all‘Università di Camerino, collaborò nel periodo austroungarico alla diffusione di materiale propagandistico pro-Italia, impegnandosi nel contempo attivamente in politica. Eletto nel 1907 al consiglio municipale nelle file della “Giovane Fiume“, fu vice-podestà nel 1910-1911. Volontario per l‘Italia nel 1915, rientra a Fiume dopo la guerra ed entra nel governo provvisorio della Reggenza Italiana del Carnaro con d‘Annunzio, come Rettore agli Affari Interni e alla Giustizia. Dal 1929 al 1936 fu Preside della Provincia del Carnaro, ed in questo periodo italianizza il proprio cognome in “Bacci“. Il 23 gennaio 1934 fu nominato Senatore del Regno. Il 21 maggio 1945 - nella sua Fiume occupata dai partigiani jugoslavi - si presenta presso l‘ufficio della polizia per ritirare un lasciapassare, e da quel momento non se ne hanno più notizie. Da testimonianze successive, sembra che venne trasportato a Karlovac, processato e fucilato. Il suo corpo non è stato più ritrovato.
Antonio Bajamonti (1822 - 1891)
Antonio Bajamonti è senza dubbio il più famoso uomo politico spalatino dell‘epoca moderna, per più lustri podestà cittadino, primario esponente del partito autonomista, strenuo difensore dell‘elemento italiano della Dalmazia. Nato dal nobile e ricco Giuseppe - magistrato - e da Elena Candido di Sebenico, studiò col prof. Giuseppe Ciobarnich di Macarsca/Makarska e col giovane e valente archeologo Francesco Carrara, suo concittadino. Laureatosi in medicina a Padova - al tempo luogo naturale di coronamento di studi della classe dirigente dalmata - fu medico condotto nella località dell‘entroterra dalmata di Signo/Sinj, poi - tornato a Spalato - entrò in politica. Promotore di molteplici progetti di rimodernamento della città, a proprie spese fece costruire un teatro da 1500 posti, oltre ad uno splendido palazzo per la propria famiglia. Fu per la prima volta eletto podestà il 9 gennaio 1860, succedendo al conte Dudan. Iniziò un lunghissimo periodo di preminenza nella vita politica del partito autonomista e dell‘intera Dalmazia (fu deputato alla Dieta dal 1861 al 1883 e poi dal 1886 al 1891), contemporaneamente ad un vastissimo programma di opere pubbliche che cambiarono letteralmente il volto di Spalato: vennero potenziate le strade, ricostruita l‘associazione culturale slava “Matica“, istituita una linea regolare di piroscafi Spalato-Pescara, aperto un nuovo ospedale, fondato il Gabinetto di Lettura slavo, inaugurate sei nuove scuole cittadine, così come venne costruito un complesso di palazzi lungo la riva ispirato alla Procuratie di Venezia. Vennero creati vari Circoli ricreativi e culturali, aperta una casa di riposo per anziani, creato ex novo l‘impianto fognario, il sistema per l‘illuminazione a gas, una diga a protezione del porto, una società operaia di mutuo soccorso, una società di ginnastica e una monumentale fontana sul punto più panoramico della Marina. Questa fontana venne dedicata all‘imperatore Francesco Giuseppe, ma per gli spalatini fu sempre e solo la “Fontana di Bajamonti“. Il manufatto venne raso al suolo dalle nuove autorità jugoslave nel 1947, essendo stato identificato con l‘odiata occupazione militare italiana del 1941/43 e addirittura definito “monumento fascista“, essendovi rappresentato un fascio littorio: per Bajamonti questo fascio simboleggiava l‘unità d‘intenti delle varie componenti etniche della città. Probabilmente, però, il lavoro pubblico per il quale è maggiormente ricordato Antonio Bajamonti fu il rimodernamento e la riattivazione dell‘antichissimo acquedotto risalente ai tempi dell‘imperatore Diocleziano (1877-1880), per cui Spalato cominciò ad avere l‘acqua corrente. Era però il tempo delle nascenti tensioni etniche, che in Dalmazia conoscevano degli aspetti totalmente particolari: Bajamonti riconosceva la predominanza numerica dell‘elemento slavo, ma credeva fermamente nella possibilità che la Dalmazia costituisse un regno autonomo all‘interno dell‘Impero d‘Austria, dove slavi ed italiani potessero trovare un punto d‘incontro che ne esaltasse le proprie caratteristiche peculiari. Ma i venti della storia portarono ad un altro esito: Bajamonti venne duramente attaccato dai dalmati croati, che non esitarono a ricorrere anche alle minacce ed alla diffamazione. Inutilmente blandito da Vienna con una carica consolare, da lui rifiutata, Bajamonti venne coinvolto in aspre polemiche pubbliche, alienandosi definitivamente l‘appoggio del potere centrale. Fu così che - approfittando di un tumulto cittadino - il consiglio comunale di Spalato venne sciolto nel 1880 e nominato al suo posto un commissario. Ma il consenso per Bajamonti in città era ancora troppo alto, di conseguenza le nuove elezioni vennero organizzate solo due anni dopo, durante i quali ogni espediente venne messo in campo per far perdere il partito autonomista. La cosa riuscì, e nel 1882 Spalato ebbe il primo podestà croato della sua storia: Dujam Rendic-Miocevic. Bajamonti non si diede per vinto e impiegò tutte le sue cospicue sostanze per cercare di riconquistare il potere, ma tutto fu vano: gravemente indebitato, morì nella sua città natale il 13 gennaio 1891. La sua memoria in Jugoslavia venne per decenni infangata come se fosse un acerrimo irredentista precursore del fascismo, e solo di recente se ne è rivalutata la vicenda umana e politica.
Famiglia Bonda (X° - XX° secolo)
La famiglia Bonda fu una delle più antiche famiglie nobili di Ragusa. Secondo la tradizione, i Bonda furono fra i fondatori della città di Ragusa proveniendo da Epidauro attaccata dagli Slavi. Il ramo principale della famiglia si estinse nel 1757 col matrimonio di Maddalena Bonda con un patrizio della famiglia Giorgi, che diede l‘avvio al ramo dei Giorgi-Bonda. Il primo teatro moderno di Ragusa venne fondato nel 1865 in un palazzo eretto a spese del nobile Luca Bonda, divenendo quindi noto come “Teatro Bonda“. Attualmente è tuttora in attività e intitolato a Marino Darsa (Marin Drzic). L‘ultimo deputato autonomista eletto al parlamento austriaco fu proprio un Marino Bonda, che ottenne il seggio nel 1873 e poi ancora nel 1891, tenendolo fino al 1897.
Famiglia Borelli (XVIII° - XX° secolo)
Il capostipite Bartolomeo Borelli, di un‘antica famiglia di Bologna, fu nominato Governatore della Dalmazia e morì nel 1737 a Tenin/Knin mentre comandava la locale fortezza veneziana. Nel 1752 ottennero dal doge Francesco Loredan il titolo di Conti di Vrana e nel 1796 entrarono a far parte della nobiltà zaratina, divenendo in seguito una delle famiglie più ricche dell‘intera Dalmazia. Il conte Francesco Borelli fu uno dei fonadtori del Partito Autonomista e deputato alla prima Dieta di Dalmazia (1861-1864), ma i suoi discendenti - a partire da suo figlio Manfredo - aderirono al Partito Popolare filo-croato, pur mantenendo un perfetto bilinguismo. Qui si riuniscono alcune cartoline inviate alla famiglia Borelli o scritte da alcuni suoi membri, significativamente tutte scritte in lingua italiana.
Famiglia Borisi (XVI° - XX° secolo)
Nobile famiglia capodistriana di probabile ascendenza albanese o macedone. Il capostipite dei Borisi istriani è considerato Bernardo, giunto nella penisola il 3 ottobre del 1595 proveniendo da Antivari, caduta in mano ai turchi. Divenne poi Capitano di Raspo e amministratore di vari territori, fra i quali la località di Fontane presso Orsera, infeudata alla famiglia nel 1648. I Borisi tennero questo feudo fino al 1869. Nel 1617 la famiglia venne aggregata al Nobile Consiglio di Capodistria e iscritta nel ruolo dei titolati istriani col rango di Conte, concesso dalla Repubblica Veneta nel 1725. Un ramo dei Borisi si spostò alla fine dell‘ ‘800 in Friuli. Fra gli ultimi Borisi di Capodistria, è da ricordare il conte Giuseppe, famoso miniatore. Il 21 novembre 1954 venne donata a Tito una pergamena miniata proprio da Giuseppe Borisi, con la quale si concedeva al dittatore la cittadinanza onoraria di Capodistria. Dopo qualche anno, Giuseppe Borisi esodò in Italia.
Vlaho Bukovac (1855 - 1922)
Nato a Ragusavecchia da padre genovese (Agostino) e da madre ragusea, il suo nome originale fu Biagio Faggioni, che decise di croatizzare nel 1877 nella forma “Vlaho Bukovac“. Dedicatosi fin da giovanissimo alla pittura, studiò e lavorò in vari paesi europei, oltre che in Nord e in Sudamerica. In vita venne acclamato come maggiore artista croato dei suoi tempi. Morì a Praga il 23 aprile 1922.
Frane Bulic (1846 - 1934)
Sacerdote, archeologo e storico croato, nacque a Vranizza il 4 novembre 1846. Dopo gli studi di teologia nel seminario di Zara, passò all‘università di Vienna dove si laureò in filologia e archeologia. Dedicò gran parte dei suoi studi al sito archeologico di Salona - nei dintorni di Spalato - dove con i resti romani si fece costruire una caratteristica dimora chiamata “Tusculum“, che fungesse da riparo ed abitazione per gli archeologi impegnati nei lavori di scavo dell‘antica capitale romana della Dalmazia. Oggi questo ambiente è adibito a museo degli scavi. Divenuto curatore del museo archeologico di Spalato, Bulic fu per decenni la figura di riferimento per l‘archeologia dalmata, nonché fautore - nel 1894 - del primo Congresso Mondiale di Archeologia Cristiana, tenutosi proprio a Salona e Spalato. Impegnatosi anche in politica nelle file del Partito Nazionale croato, Bulic pubblicò una gran quantità di saggi ed articoli, con netta prevalenza di tematiche storico/archeologiche. Rinomatissimo e rispettato, Bulic morì a Spalato nel 1934.
. Caduti e decorati (XIX° - XX° secolo)
In questa sezione sono inserite le cartoline che negli anni furono dedicate a caduti e decorati istriani, quarnerini, fiumani e dalmati, per i quali non siano state create delle voci apposite.
Marco Calogerà (1819 - 1888)
Sacerdote cattolico nato a Blatta nell‘isola di Curzola da una notabile famiglia di ascendenze italiane successivamente croatizzata, fu vescovo di Cattaro nel 1856 e poi vescovo di Spalato dal 1866 fino alla morte. Come si può notare dal testo della cartolina, fu Commendatore dell‘Ordine di Leopoldo, istituito da Francesco I nel 1808 per onorare l‘imperatore Leopoldo II: questa onoreficenza automaticamente implicava il diritto al titolo di Barone. Il suo corpo è sepolto nella chiesa di San Vito a Blatta.
Tullio Carminati (1894 - 1971)
Attore nato a Zara da famiglia nobile (il nome completo fu Tullio Carminati de Brambilla) il 21 settembre 1894, si rivelò in giovane età recitando a fianco di attori del calibro di Eleonora Duse. E‘ ricordato soprattutto come attore cinematografico, avendo partecipato a più di 70 film, esordendo nel 1914 nel film muto “La mia vita per la tua“. All‘inizio degli anni ‘20 recitò in Germania, poi nel 1925 si spostò negli Stati Uniti, dove acquisì una discreta fama partecipando a sedici pellicole, fra le quali si ricorda soprattutto il ruolo di co-protagonista (l‘italiano Giulio Monteverdi) nel musical “One Night of Love“ (1934), che vinse un Oscar per le musiche originali. Tornato in Italia nel pieno della guerra, venne creato attorno a lui il film “La vita torna“ (1943), di scarso valore. Ricomiciò a recitare nel 1946 in Italia, poi ritornò ancora una volta negli USA, partecipando anche ad alcuni kolossal (“Guerra e Pace“, “El Cid“). L‘ultima sua interpretazione fu quella di un sacerdote nel film di Otto Preminger “The Cardinal“ (1963). Passò gli ultimi anni della sua vita a Roma, dove morì il 26 febbraio del 1971.
Benedetto Carpaccio (1520 ca. - 1560 ca.)
Figlio del più famoso Vittore e probabile fratello minore di Pietro, si suppone che sia nato a Venezia, dove abitava e teneva bottega il padre. Di certo nel 1540 lo si trova a Capodistria: un documento di quell‘anno del locale podestà gli concedeva infatti la cittadinanza capodistriana. Vari documenti continuano ad attestarne la presenza in loco fino al 1560. A lui si devono varie opere sia a Venezia che a Capodistria, anche se spesso risulta difficile stabilire la paternità dei quadri dei vari appartenenti alla famiglia Carpaccio, vista la sostanziale soiglianza di stile. Per alcuni decenni in Slovenia alcuni ritennero non solo che i Carpaccio fossero originari del capodistriano, ma addirittura sloveni col cognome originario Krpac. In realtà, il cognome “Carpaccio“ deriva dall‘originale “Scarpazo“ o “Scarpazza“, latinizzato in “Carpathius“ o “Carpatio“.
Vittore Carpaccio (1425 ca. - 1525/26)
Nato a Venezia (anche se un‘antica tradizione lo dà capodistriano), Vittore Carpaccio fu il capostipite di una famiglia di noti pittori, attiva fra Venezia e l‘Istria a partire dalla prima metà del XV secolo. Originario probabimente dell‘isola lagunare di Mazzorbo, il suo cognome originale fu “Scarpazo“ o “Scarpazza“, mentre le firme sui quadri lo latinizzano in “Carpathius“ o “Carpatio“. I cicli pittorici di Vittore Carpaccio lo hanno reso un pittore di fama internazionale, nonché uno dei più importanti artisti che vissero a cavallo fra il XV e il XVI secolo. In Istria di Vittore Carpaccio rimangono delle opere a Capodistria e Pirano. In Slovenia sorse la singolare diceria per cui Vittore Carpaccio non solo fosse di nascita capodistriana ma anche di etnia slovena, col cognome originario di Krpac.
Benedetto Carpaccio (1520 ca. - 1560 ca.)
Figlio del più famoso Vittore e probabile fratello minore di Pietro, si suppone che sia nato a Venezia, dove abitava e teneva bottega il padre. Di certo nel 1540 lo si trova a Capodistria: un documento di quell‘anno del locale podestà gli concedeva infatti la cittadinanza capodistriana. Vari documenti continuano ad attestarne la presenza in loco fino al 1560. A lui si devono varie opere sia a Venezia che a Capodistria, anche se spesso risulta difficile stabilire la paternità dei quadri dei vari appartenenti alla famiglia Carpaccio, vista la sostanziale soiglianza di stile. Per alcuni decenni in Slovenia alcuni ritennero non solo che i Carpaccio fossero originari del capodistriano, ma addirittura sloveni col cognome originario Krpac. In realtà, il cognome “Carpaccio“ deriva dall‘originale “Scarpazo“ o “Scarpazza“, latinizzato in “Carpathius“ o “Carpatio“.
Vittore Carpaccio (1425 ca. - 1525/26)
Nato a Venezia (anche se un‘antica tradizione lo dà capodistriano), Vittore Carpaccio fu il capostipite di una famiglia di noti pittori, attiva fra Venezia e l‘Istria a partire dalla prima metà del XV secolo. Originario probabimente dell‘isola lagunare di Mazzorbo, il suo cognome originale fu “Scarpazo“ o “Scarpazza“, mentre le firme sui quadri lo latinizzano in “Carpathius“ o “Carpatio“. I cicli pittorici di Vittore Carpaccio lo hanno reso un pittore di fama internazionale, nonché uno dei più importanti artisti che vissero a cavallo fra il XV e il XVI secolo. In Istria di Vittore Carpaccio rimangono delle opere a Capodistria e Pirano. In Slovenia sorse la singolare diceria per cui Vittore Carpaccio non solo fosse di nascita capodistriana ma anche di etnia slovena, col cognome originario di Krpac.
Sophie Chotek (1868 - 1914)
Sophie Maria Josephine Albina Chotek, contessa di Chotkova e Wognin, fu la moglie morganatica dell‘Arciduca Francesco Ferdinando d‘Asburgo. Nata a Stoccarda da prominente famiglia nobiliare di origini boeme, conobbe l‘erede al trono d‘Austria probabilmente durante un ballo a Praga. Il loro amore però non poteva sfociare in un matrimonio: un imperatore d‘Austria-Ungheria - secondo tradizione - doveva sposarsi con un membro di una casa regnante. Solo nel 1899 - ed in seguito agli interventi di Guglielmo di Prussia, dello Zar Nicola II e di Papa Leone XIII - Francesco Giuseppe acconsentì al matrimonio morganatico di Francesco Ferdinando, che si celebrò il 1 luglio 1900 a Reichstadt (ora Zàkupy) in Boemia. Dopo il matrimonio, Sofia Chotek venne creata Principessa di Hohemberg (nel 1909 Duchessa) e svolse varie attività pubbliche con e senza il marito entro i confini dell‘impero. Diede quattro figli a Francesco Ferdinando, i quali però non poterono seguire il padre nella linea di successione al trono. Il suo destino la colse il 28 giugno 1914 a Sarajevo, vittima assieme al marito di quell‘attentato che segnò l‘inizio degli eventi che portarono alla Prima Guerra Mondiale.
Costanzo Ciano (1876 - 1939)
Militare e uomo politico, nacque a Livorno il 30 agosto del 1987 ed entrò a 15 anni all‘Accademia Navale della sua città, uscendone guardiamarina nel 1896. Partecipò alla guerra italo-turca del 1911 e nel 1915 - all‘ingresso del Regno d‘Italia nella Grande Guerra - come capitano di corvetta venne destinato in Cirenaica. Posto al comando di unità veloci di superficie (prevalentemente MAS), partecipò a un numero considerevole di missioni, fra le quali la celeberrima “Beffa di Buccari“ (10-11 febbraio 1918), che gli valse la Medaglia d‘Oro al Valor Militare. Alla fine della guerra, il novero delle sue decorazioni comprendeva - oltre alla Medaglia d‘Oro - quattro Medaglie d‘Argento e una Medaglia di Bronzo. Entrato in politica alla fine del conflitto, fu sottosegretario di Stato per la Regia Marina, Ministro delle Poste e Telecomunicazioni e Presidente della Camera dei Deputati, appoggiando entusiasticamente il fascismo. Suo figlio Galeazzo sposò una figlia di Mussolini (Edda) e fu ministro degli esteri dell‘Italia fascista (1936-1943).
Famiglia Cippico (XIII° - XX° secolo)
Nobile famiglia di Traù dal nome originario di “Cepio“ o “Cepiones“, proveniente da Roma e trasferitasi in Dalmazia nel 1232. Accolti nella nobiltà traurina nel 1315, ottennero anche dalla Casa d‘Austria il riconoscimento nobiliare. Il primo Cippico di Traù del quale si abbiano notizie è Bertanno, procuratore dell‘erigenda cattedrale. Vi furono dei Cippico arcivescovi, vescovi, prelati, sopracomiti e capitani nella marina veneziana, diplomatici, letterati e mecenati. Tre furono i Cippico umanisti nei secoli XV°-XVI°: Pietro, Coriolano e Alvise. Soprattutto il secondo (1425-1493) è conosciuto per la sua profondissima erudizione e la feconda produzione letteraria. Un conte Antonio Cippico (nato a Zara nel 1877 e morto a Roma nel 1935) fu irredentista e poi Senatore del Regno d‘Italia. A lui era intitolata la scuola elementare di Zara, e con lui si estinse il ramo nobile plurisecolare di questa famiglia dalmata. Attualmente in Croazia il cognome viene traslitterato in “Cipiko“, e la famiglia viene inserita nell‘alveo della storia e della cultura croata.
Arturo Colautti (1851 - 1914)
Poeta, scrittore e librettista, nacque a Zara il 9 ottobre 1851. Diplomatosi al locale Ginnasio Liceo, frequentò poi le università di Graz e di Vienna. Precocemente interessatosi al giornalismo, ancor molto giovane alla fine degli anni ‘70 giunse a dirigere “L‘Avvenire“ di Spalato, imprimendogli una linea apertamente irredentista ed attirandosi pertanto le ire degli spalatini croati. Il 20 settembre 1880 fu quindi aggredito e malmenato da un gruppo di soldati, che gli causarono ferite tali da renderlo infermo per circa tre mesi. In seguito a tale episodio e alle voci ricorrenti che lo volevano passibile di condanna per reati di stampa, decise quindi di rifugiarsi in Italia. Passò da una città all‘altra, collaborando con vari giornali, fino a quando nel 1885 gli venne offerta la direzione del “Corriere del Mattino“ di Napoli. Il lungo perioo napoletano fu il più fecondo della sua vita: scrisse centinaia di articoli, romanzi, poesie e libretti per opere, fra le quali celebri rimangono l‘ “Adriana Lecouver“, musicata da Francesco Cilea, e la “Fedora“, musicata da Francesco Giordano. Sempre estremamente polemico ed inquieto, fu anche critico militare del “Corriere della Sera“. Per tutta la vita mantenne continui contatti con gli italiani dell‘Istria e della Dalmazia, partecipando a vari congressi nazionalistici. Allo scoppio della Grande Guerra subito si dichiarò interventista, ma la morte lo colse a Roma il 9 novembre 1914, prima che l‘Italia entrasse nel conflitto. Per motivi di ordine, furono vietate le sue esequie pubbliche, e la sua salma venne tumulata privatamente al cimitero del Verano.
Carlo Combi (1827 - 1884)
Giornalista, scrittore e irredentista capodistriano. Dopo la laurea in giurisprudenza, si dedicò quasi esclusivamente allo sviluppo dell‘idea irredentistica nel Litorale austroungarico, con gli scritti e con le azioni. Costretto a fuggire a Venezia, da lì mantenne incessantemente il contatto coi circoli politici della sua città, divenendo faro indiscusso dell‘irredentismo istriano. Morto esule, le sue ceneri tornarono a Capodistria solo nel 1934. Dopo decenni di oblio sulla sua figura - successivi alla cessazione della sovranità italiana - in anni recenti a Capodistria è stato intitolato a Carlo Combi il Centro Italiano di Promozione, Cultura, Formazione e Sviluppo.
Antonio De Berti (1890 - 1952)
Nato a Pola, studiò a Trieste e a Zara, laureandosi in legge a Graz. Fervente mazziniano ed irredentista, fu processato sotto l‘Austria. Iniziata la carriera di avvocato a Pola unitamente a quella di giornalista, venne eletto deputato nel 1921 fra le file dei socialisti. Poco dopo la marcia su Roma, non credendo più possibile un‘opposizione parlamentare al nascente regime fascista, rassegnò le dimissioni, tornando nella sue terre. Fece parte della direzione del Comitato di Liberazione Nazionale di Trieste, ed in seguito fece parte della delegazione italiana alla conferenza di pace di Parigi, ove tentò di difendere l‘appartenenza all‘Italia dell‘Istria. Consigliere di Stato e capo di gabinetto dell‘ufficio di presidenza del ministero della marina mercantile, morì a Roma nel 1952. Una singolare querelle diplomatica fece seguito alla sua morte, poiché le autorità jugoslave si rifiutarono di accoglierne la salma, che secondo le ultime volontà di De Berti doveva essere inumata in terra istriana.
Famiglia De Giulli (XV° - XX° secolo)
I De Giulli erano una delle famiglie più in vista nella Ragusa del 1800/prima metà del 1900. Nobili e possidenti terrieri, erano proprietari di una delle maggiori tipografie cittadine presso la quale nella seconda metà dell‘ ‘800 si stampò il meglio della letteratura croata. Un Ivo De Giulli fu avvocato, assessore di Ragusa e membro del “Comitato per la Jugoslavia“ che nel maggio del 1915 rese pubblico un “Manifesto“ a favore della costituzione di uno “Stato degli Slavi del Sud“, che andasse dal goriziano a Trieste, dalla Carinzia alla Stiria, fino al Montenegro. Fu poi membro della delegazione jugoslava al congresso di pace di Parigi nel 1919. Ancor oggi si può vedere la Villa De Giulli nel quartiere di Pille a Ragusa. In questa sezione si riuniscono alcune cartoline spedite a membri della famiglia De Giulli.
Famiglia Dentice di Frasso (XVIII° - XXI° secolo)
Di ascendenze pugliesi e discendente da un Gerardo ascritto alla nobiltà napoletana nel 1771, la famiglia Dentice di Frasso riunì una serie di titoli nobiliari: principi di Frasso, principi di San Vito, principi di Crucoli, conti e patrizi napoletani. Il conte Luigi (1861-1947) fu cavaliere dell‘Ordine di San Giorgio in Baviera, e sposò nel 1885 la contessa austriaca Emilia von Thurn-Valsassina-Como-Vercelli, così com‘era austriaca la madre, Luisa Chotek di Chotkova (parente di Sophie Chotek, moglie morganatica dell‘erede al trono imperiale Francesco Ferdinando, il cui assassinio a Sarajevo fu il fatto scatenante della Grande Guerra). Dal loro matrimonio nacquero cinque figli, che vissero fra l‘Italia e varie parti dell‘allora impero austro-ungarico: Napoli, Roma, San Vito dei Normanni, Vienna e Kravska: una località attualmente in Slovacchia, ove Luisa Chotek possedeva una tenuta, adibita dalla famiglia a residenza estiva. Da qui si partiva per vari viaggi, comprendenti la costa orientale dell‘Adriatico. Massimiliano Dentice di Frasso - chiamato “il conte Max“ - nel corso della Grande Guerra fu ufficiale del Reggimento di Cavalleria Piemonte Reale e Pilota del Battaglione Aviatori. Morì a ventinove anni il 30 maggio 1916 precipitando col suo aereo sul campo di aviazione di Coltano di Pisa. Sua sorella Sofia (1889-1968) nel 1910 sposò proprio a Kravska il quarantenne Friederich-Karl Schönborn Buchein. Sofia fece del suo palazzo viennese uno dei più rinomati salotti letterari e musicali dell‘epoca, ospitando alcuni dei più importanti artisti europei. Al termine della Grande Guerra la coppia si separò: Sofia Dentice di Frasso conobbe Rudolf Steiner, fondatore e animatore della Società Antroposofica Universale, del quale divenne fervente studiosa e seguace. Si trasferì quindi nel piccolo paese svizzero di Dornach, dove Steiner aveva fondato un centro spirituale denominato “Goetheanum“. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, Sofia fu presidentessa della Società Antroposofica italiana. Si spense a Klagenfurt il 5 agosto 1968.
Frane Dobrović (Francesco Dobrovich) (1825 - 1914)
Nato e vissuto a Cherso, fu frate francescano e studioso di storia locale. Autore di una serie di saggi, di lui si ricordano soprattutto i “Cenni storici sulla origine e fondazione del convento di S. Francesco di Cherso (...)“, pubblicati a Padova nel 1896. Importanti furono anche i suoi studi etnografici, apparsi principalmente sulla rivista croata “Naša sloga“ ed accompagnati da una serie di schizzi e disegni. Dai chersini croati è ricordato come una delle figure più importanti per lo sviluppo della coscienza nazionale slava: nel 1895 chiese ed ottenne che nel collegio di Cherso s‘insegnasse anche lo slavo, per tre o quattro ore alla settimana.
Gabriele d‘Annunzio (1863 - 1938)
Scrittore, drammaturgo, poeta italiano, eroe di guerra e simbolo del decadentismo. Il suo rapporto con le terre adriatiche fu di antica data: nel nome della “civiltà latina“ e di Venezia reclamò all‘Italia l‘Istria, il Quarnaro e la Dalmazia. Le sue visite in quelle località - vissute con ansia dalle autorità imperiali austroungariche - suscitavano attese spasmodiche fra gli irredentisti locali e l‘opposizione delle organizzazioni croate o slovene. Durante la Prima Guerra Mondiale partecipò a parecchie operazioni “eroiche“ lungo la costa est dell‘Adriatico, fra le quali il Bombardamento di Cattaro del 4-5 ottobre 1917 e la celeberrima “Beffa di Buccari“ del 10-11 febbraio 1918. Nel pieno delle discussioni diplomatiche sulla sorte di Fiume, fu alla testa dell‘azione più clamorosa: quell‘Impresa di Fiume (1919-1920) che lo rese capo di stato (l‘effimera “Reggenza Italiana del Carnaro“). Nell‘Impresa di Fiume si può leggere in filigrana tutta la complessa situazione postbellica italiana, humus ideale per il nascente fascismo. Spinto ad abbandonare la città a seguito dell‘attacco dell‘esercito e della marina italiana (c.d. “Natale di Sangue“ del 1920), si ritirò in volontario esilio in una villa a Gardone presso il Lago di Garda, che divenne il “Vittoriale degli Italiani“. Lì morì nel 1938. All‘interno di questa villa si possono ancora vedere moltissime reliquie e ricordi istriani, fiumani e dalmati, fra le quali la prua del Regio Ariete Torpediniere “Puglia“. La “Puglia“ era la nave comandata dal Capitano di Corvetta Tommaso Gulli, alla fonda a Spalato nel complesso periodo di occupazione militare della Dalmazia nell‘immediato dopoguerra, in attesa della definizione delle trattative diplomatiche. Il Comandante Gulli e il motorista Aldo Rossi vennero trucidati l‘11 giugno 1920 durante un tumulto anti-italiano scoppiato proprio a Spalato. D‘Annunzio volle che la nave a Gardone rivolgesse la propria prua in direzione dell‘Adriatico “irredento“.
. Elena del Montenegro (1873 - 1952)
Nata Jelena Petrovic Njegos a Cettigne, allora capitale del Montenegro, figlia del futuro re Nicola I, studiò a San Pietroburgo pubblicando poesie per una rivista letteraria russa. Scelta come sposa del principe ereditario al trono d‘Italia Vittorio Emanuele, in quanto ortodossa dovette abiurare prima delle nozze, celebrate a Roma il 24 ottobre 1896. A dispetto di tutte le differenze, fu un vero matrimonio d‘amore: Elena fu sempre accanto al marito e lo introdusse maggiormente alle tematiche dell‘Europa orientale. Allo scoppio della guerra, con discrezione dimostrò la sua contrarietà alle politiche di potenza, invocando la pace per l‘Europa. Quando Vittorio Emanuele III abdicò, lo seguì in esilio ad Alessandria d‘Egitto. Alla morte del marito, avendo scoperto di essere malata tornò in Europa. E‘ morta a Montpellier (Francia) il 28 novembre 1952.
Carl Exner (XIX° - XX° secolo)
Praticamente inesistenti le notizie riguardanti Carl Exner, che dal contesto delle cartoline che lo citano probabilmente fu il primo proprietario e gestore dell‘Hotel Lloyd di Fiume. Continuano le ricerche.
Oretta Fiume (1919 - 1994)
Nel 1938 - appena diciannovenne - la fiumana Claudia Scrobogna vince un concorso per volti nuovi per il cinema indetto dall‘ERA Film, piazzandosi ex-aequo con Laura solari. Le due giovani attrici debuttano assieme nel film di Camillo Mastrocinque “L‘orologio a cucù“ (1938), nel quale la giovane Claudia assume il nome d‘arte di Orietta Fiume, in onore della sua città natale. Inizia così una promettente carriera d‘attrice, purtroppo rallentata a causa della guerra. Nel 1940 è la protagonista di “Gli ultimi della strada“, nel ruolo di una giovane ragazza napoletana, poi è una romantica fanciulla sognatrice ne “La ragazza che dorme“ (1941). Dopo la guerra tenta senza grande successo la strada della rivista, poi si allontana dal cinema fino al 1960, quando a sorpresa viene scelta da Federico Fellini per la scena dell‘orgia ne “La dolce vita“. L‘ultima apparizione sul grande schermo risale al 1965, in una parte di contorno del film ad episodi “Thrilling“ di Carlo Lizzani. Il figlio di Oretta, Federico Scrobogna, reciterà da bambino in “Andremo in città“ (1960) di Nelo Risi, per apparire poi in “Pane e cioccolata“ (1974) di Franco Brusati. Nel corso della sua carriera, Oretta Fiume recitò in diciotto film. Morì a Roma il 22 aprile 1994.
Luigi Fogar (1872 - 1971)
Sacerdote italiano, fu vescovo della Diocesi di Trieste e Capodistria dal 1923 al 1936. Forte fu la sua opposizione alla politica snazionalizzatrice delle popolazioni slovene della sua Diocesi messa in opera dal governo fascista. Forte fu anche la sua opposizione ai tentativi del regime di ingerirsi nelle materie tradizionalmente appannaggio della Chiesa Catotlica. Da più parti si fecero pressioni sulla Santa Sede per una sua sostituzione, fino a quando - nel 1936 - venne sollevato dall‘incarico e nominato arcivescovo di Patrasso: una carica puramente nominale. Trasferitosi a Roma, da recentissime scoperte archivistiche sembra che collaborasse con la polizia segreta del regime per smascherare i sacerdoti antifascisti.
. Francesco Giuseppe I d‘Asburgo (1830 - 1916)
Imperatore d‘Austria e re d‘Ungheria, il suo regno durò per sessantotto anni. La figura di Francesco Giuseppe negli anni è diventata il paradigma di un intero periodo storico e parte del concetto stesso di Mitteluropa. Nato al castello di Schombrunn il 18 agosto del 1830 dall‘arciduca Francesco Carlo d‘Asburgo-Lorena e da Sofia di Baviera, venne immediatamente identificato come futuro imperatore in quanto era noto che lo zio Ferdinando - al tempo erede al trono - non avrebbe potuto avere figli. Fu proclamato imperatore nel 1848 a soli 18 anni, in seguito ad uno dei periodi più turbolenti dell‘intera Europa, che scosse l‘impero Austriaco fino alle fondamenta. Sposata la cugina Elisabetta di Baviera (passata alla storia col soprannome di Sissi) nel 1854, venne coinvolto nelle guerre d‘indipendenza italiane e contestualmente nel difficile progetto di equilibrio fra le componenti maggiori dell‘impero - l‘austriaca e l‘ungherese - che produsse nel 1867 un compromesso (Ausgleich) che istituì due regni: la Cisleitania e la Transleitania. La Cisleitania comprendeva l‘alta e bassa Austria, i regni di Boemia, Dalmazia e Galizia, i ducati di Salisburgo, Stiria, Carinzia, Carniola, Slesia e Bucovina, i marchesati di Moravia e d‘Istria, le contee del Tirolo, di Gorizia e Gradisca, il Vorarlberg e Trieste. La Transleitania comprendeva il regno d‘Ungheria (assieme a Transilvania, Slovacchia e Banato), il regno di Croazia (con la Slavonia) e il corpus separatum di Fiume. Da quel momento si parlò di Austria-Ungheria. L‘equilibrio fra i popoli fu sempre estremamente complesso e condusse infine alla dissoluzione dell‘impero, cui Francesco Giuseppe non assistette, essendosi spento nel pieno della Grande Guerra il 21 novembre del 1916. Di Francesco Giuseppe rimase memorabile una visita ufficiale fra l‘11 aprile e il 15 maggio del 1875 nel Litorale, a Venezia e in Dalmazia, che lo portò in varie località fra le quali Trieste, Venezia, Pola, Zara, Sebenico, Sign, Spalato, Almissa, Ragusa, Cannosa, Gravosa, Cattaro, Risano, Dragalj, Budua, Lesina, Lissa e Fiume. Il 3 aprile l‘Imperatore inaugurò a Trieste il monumento a Massimiliano d‘Asburgo (oggi a Venezia), mentre il 3 aprile incontrò a Venezia il re d‘Italia Vittorio Emanuele II.
Famiglia Frankopan / Frangipani / Frangipane (XII° - XVII° secolo)
I Frankopan / Frangipani - signori di Veglia - svolsero un importante ruolo politico, culturale e sociale nel medioevo e nei primi secoli dell‘età moderna in Croazia. Tuttora capita di trovar ripetuta la leggenda delle radici romane (stirpe Anicia) della famiglia, le cui origini invece sono ignote. La prima residenza della famiglia fu il castello di Gradec Rovoznik, vicino a Verbenico nell‘isola di Veglia. Il capostipite - Doimo - ricevette la contea dell‘isola in possesso vitalizio da Venezia, sembra nel 1181. Solo nel 1430 i Frankopan iniziarono a farsi chiamare anche “De Frangipanibus“, avendo ottenuto dall‘omonima famiglia romana il permesso di utilizzare il nome. Così quindi si firmavano nei documenti latini, mentre in quelli croati continuarono ad utilizzare la denominazione “De Frankapan“. Nel XII° secolo, il territorio dei Frankopan si estendeva all‘intera Croazia occidentale, svolgendo un importante ruolo di mediazione fra le potenze dell‘epoca, Venezia e l‘Ungheria. La storia dei rapporti dei Frankopan con la Serenissima è densa di attriti, compresa la perdita del feudo di Veglia fra il 1244 e il 1260, mentre ricevettero per ben sette volte la nomina a Bano (governatore) di Croazia. Per un breve periodo ressero anche il territorio di Fiume, mentre il loro dominio su Tersatto durò dal XIII° secolo fino al 1530. I Frankopan si distinsero come uomini d‘arte, di fede, letterati, mecenati ma anche come condottieri e uomini d‘arme, combattendo contro i tartari e i turchi. Favorirono la cultura slava, scrivendo principalmente in croato utilizzando l‘alfabeto glagolitico. Fondamentale è il Codice di Vinodol (Novi, 1288), un elenco di diritto comune croato scritto nel dialetto ciakavo ed in caratteri glagolitici, redatto da una commissione di rappresentanti dei nove comuni (Novi, Lednice, Bribir, Grizane, Drivenico, Heljin, Buccari, Tersatto e Grobnico). La potenza dei Frankopan fu portata all‘apice da Nicola IV “il grande“ (1352-1432) che riuscì ad unire tutti i possedimenti territoriali (Veglia, Vinodol, Segna, Gacka, Drzenik, Cetinje). Fondatore del Monastero paolino a Crikvenica (1412), fu eletto Bano nel 1426. Dopo la sua morte nel Convegno di Modrus (1449) prevalse la linea di Giovanni VII, amico di Venezia e mirante alla divisione dei beni. Il patrimonio fu diviso in otto signorie e sorsero quattro dinastie differenti (Cetinje, Ozalj, Slunj, Trzac). Per i Frankopan si avviò la decadenza: il loro ruolo politico-economico fu progressivamente rilevato dagli Zrinski, nobile famiglia originaria della Dalmazia. Nel 1544 Stefano IV di Ozalj stipulò un atto di successione reciproca col cognato Nicola Zrinski. I due misero in comune tutte le loro proprietà; quando Stefano morì privo di figli nel 1577, i Conti Zrinski acquisirono il Gorski Kotar e gran parte del Vinodol. Il XVI sec. vide l‘estinzione di tre branche familiari dei Frankopan: Cetinja (1543), Slunj (1572) e Ozalj (1577). La fine della dinastia è legata alla lotta dell‘aristocrazia croata al centralismo asburgico (1671). I croati, desiderosi di maggior autonomia, mal tolleravano l‘assolutismo ed il mercantilismo della Corte di Vienna, che nel 1664 a Vasvar aveva perfino stipulato una pace segreta coi turchi. Petar Zrinski, Bano di Croazia, dal 1669 preparò una rivolta armata al cui capo fu posto il cognato Fran II Krsto Frankopan. Vani furono però i contatti diplomatici col Re di Francia Luigi XIV e perfino col Sultano; la congiura non ebbe aiuti e fu soffocata sul nascere. I due rivoltosi furono arrestati e poi decapitati (30 aprile 1671, Novo Mesto, Fortezza di Wiener Neustadt) per crimine di lesa maestà. Tutte le loro proprietà furono confiscate dalla Camera Reale Ungherese entro l‘agosto 1670; con la fine del potere dell‘aristocrazia locale nel Gorski Kotar e sul Litorale svanirono anche i sogni d‘autonomia croati. Il ricordo delle famiglie Zrinski-Frankopan è ancora vivo in Croazia; la loro morte fu considerata dal popolo come un eroico sacrificio compiuto per la libertà. L‘area quarnerina presenta numerose fortezze appartenute ai principi di Veglia; alcune di queste (Buccari, Grobnico, Portorè, Hreljin, Drivenik, Bribir, Grizane, Ledenice, Novi Vinodolski) rientrano oggi nel progetto regionale “Le vie Frangipane-ristrutturazione dei castelli“, volto alla salvaguardia e riqualificazione culturale, economica e turistica di queste opere storiche per molto tempo dimenticate. [tratto da: M.Grilli, “La dinastia dei Frankopan. I principali signori feudali croati (XII-XVII secolo)“, http://www.instoria.it/home/dinastia_frankopan.htm]
Federico Antonio Galvani (1831 - 1890)
Storico, letterato e politico di Sebenico, fu nella sua epoca uno dei cittadini più in vista. Laureatosi a Padova, fu in patria notaio, assessore al comune, deputato della città alla Dieta di Dalmazia, direttore della Società del Casino, fondatore e primo presidente della Società Operaia di Mutuo Soccorso. A capo del partito autonomista cittadino, fu assieme allo spalatino Antonio Bajamonti il promotore della mozione del 18 aprile 1861 con la quale la Dieta dalmata (della quale fu deputato dal 1861 al 1864) respinse la richiesta di unione della Dalmazia alla Croazia. Di lui si ricordano alcune pubblicazioni su Sebenico, che dovevano culminare in un ampio studio dal titolo “Storia di Sebenico“, non terminato a causa della malattia. I capitoli già terminati vennero parzialmente pubblicati postumi fra il 1896 e il 1898, col titolo di “Memorie di Sebenico“.
Pio Riego Gambini (1893 - 1915)
Nato a Capodistria il 4 settembre 1893, fu il primo volontario istriano a cadere in combattimento nel corso della Grande Guerra, e in quanto tale divenne un simbolo per l‘intero movimento irredentista. Studente universitario e giornalista, nel 1913 fu fra i fondatori del Fascio Giovanile Istriano, espressamente filoitaliano. Già il 4 agosto del 1914 - otto giorni dopo la dichiarazione di guerra austroungarica alla Serbia - varcò il confine per rifugiarsi in Italia. Arruolatosi volontario all‘entrata in guerra di quest‘ultima, fu semplice fante nel Battaglione dei volontari Giuliani di Mestre, inquadrato nel 2° Reggimento Fanteria della Brigata Re. Combatté sul fronte orientale, cadendo sul Podgora il 19 luglio 1915. Alla sua memoria venne assegnata la medaglia d‘argento al valor militare. Prima di partire verso il fronte, era stato uno dei firmatari del manifesto per la gioventù istriana, che apertamente invitava a lottare per la redenzione dell‘Istria. Questo manifesto fu stampato in migliaia di copie e lanciato sotto forma di volantino sopra le città istriane. Il 19 luglio del 1919 venne innalzata in un giardino pubblico di Capodistria un‘erma a sua memoria, distrutta dagli jugoslavi nel 1948.
Antonio Gandusio (1873 - 1951)
Nacque a Rovigno il 29 luglio 1873, da un‘illustre famiglia cittadina. Il padre Zaccaria - avvocato - voleva che il giovane seguisse le sue orme, tanto che Antonio si laureò pure in giurisprudenza all‘università di Genova. Ma la sua vera passione fu da sempre la recitazione. Giovanissimo, trovò delle scritture presso varie compagnie teatrali italiane, recitando lungo tutta la penisola e facendosi apprezzare per la sua prorompente fisicità ed una voce profonda e caratteristica, che divenne il suo “marchio di fabbrica“. Allo scoppio delle ostilità fra l‘Italia e l‘Impero Austroungarico egli - suddito austriaco ma all‘epoca fuori dai confini dell‘Impero e fervente irredentista - si rifiutò di tornare per vestire la divisa imperiale e di conseguenza venne condannato a morte. Nel 1918 divenne capocomico, ma non interpretò solo commedie: fu anche un grande attore pirandelliano. Ebbe l‘opportunità di lavorare con tutti i più grandi attori dell‘epoca, e dagli anni ‘30 divenne anche un volto noto del grande schermo: spalla o caratterista di primordine e di richiamo. Morì a Milano il 23 maggio del 1951, alla vigilia di una registrazione televisiva. Il teatro di Rovigno è a lui intitolato.
. Giovanni IV (580 ca. - 642)
Papa dalmata probabilmente nativo di Salona, fu figlio dello “scholasticus“ (avvocato) Venantius. Successe a papa Severino dopo una “vacatio“ di quattro mesi. Rivolse la sua attenzione alle terre natali, sconvolte dalle invasioni degli slavi che avevano assalito le principali città della Dalmazia. Inviato in missione l‘abate Martino con una cospicua somma di denaro, riuscì a far riscattare una gran quantità di prigionieri latini e a portare a Roma parecchie reliquie di santi e beati che correvano il rischio di essere disperse. Aderì al ripudio del monotelismo del precedente papa Severino, cercando di dissipare la connessione con quest‘eresia di papa Onorio I.
Giorgio Giovannizio (? - 1872)
Uomo politico ed editore spalatino, fu il principale collaboratore di Antonio Bajamonti. Volontario per la difesa della Repubblica Romana nel 1862, si dice che nell‘imminenza della battaglia di Lissa del 1866 ricevette a Spalato un messaggio del comandante in capo della flotta italiana, ammiraglio Persano, e che in seguito osservò la battaglia dalle alture del Monte Marian, che domina Spalato. In realtà, le autorità austriache arrestarono le spie italiane che portavano dei messaggi ai patrioti spalatini, che di conseguenza vennero attentamente controllati. Fu per lungo tempo vicepodestà di Spalato e deputato alla dieta di Dalmazia.
Famiglia Gozze (VIII° - XX° secolo)
La famiglia Gozze (in seguito traslitterato in Gucetic) è una delle più antiche e nobili famiglie di Ragusa. Si ricordano in modo particolare lo scrittore Giovanni Gozze (1451-1502); Nicolò Vito di Gozze (1549-1610), che fu politologo, storico e filosofo; nonché vari Senatori, Rettori e Duchi della Repubblica di Ragusa. La famiglia Gozze possedeva uno splendido palazzo a Ragusa ed una villa a Cannosa-Trsteno, località ove fece piantare alla fine del XV° secolo un arboretum, tuttora esistente e divenuto imponente e celebre.
Francesco Saverio Grazioli (1869 - 1951)
Militare italiano. Il 29 novembre 1918 assunse il comando delle truppe interalleate - italiane, inglesi, americane, francesi - che tenevano la città di Fiume. Dovette districarsi fra le esigenze del governo italiano - impegnato nelle complesse trattative di pace - e la tumultuosa situazione cittadina. Una parte considerevole dei fiumani richiedeva l‘incorporazione di Fiume nell‘Italia, e reagiva con manifestazioni di ogni tipo a qualsiasi notizia negativa giungesse da Parigi. Nel periodo del suo comando, durante alcuni disordini la caserma delle forze francesi venne assalita da parte della popolazione, istigata dal Comitato Nazionale Italiano: ci furono nove morti e il Grazioli fu sostituito dal generale Pittaluga, inoltre in città venne costituito un corpo di polizia sotto il comando di un ufficiale inglese. Il generale Pittaluga era comandante delle truppe italiane, al tempo della marcia di Ronchi capeggiata da Gabriele d‘Annunzio. Francesco Saverio Grazioli in seguito aderì al fascismo e fra l‘altro firmò il c.d. “Manifesto della razza“ del 1938.
Tommaso Gulli (1879 - 1920)
Nato a Faenza da nobile famiglia calabrese, fu comandante della Regia Nave “Puglia“ nel periodo dell‘occupazione militare alleata della città di Spalato. Visto come eroe da parte della popolazione italiana della città, fu invece inviso agli spalatini croati e ai fautori della Jugoslavia. Nel corso di un tumulto mai perfettamente chiarito, venne ucciso da un colpo di fucile proveniente da una folla di spalatini croati, assieme al motorista Aldo Rossi. A seguito delle notizie sulla sua morte, il giorno seguente venne dato l‘assalto alla sede delle associazioni slave di Trieste “Narodni Dom“. Tommaso Gulli venne decorato di Medaglia d‘Oro al Valor Militare, così come Aldo Rossi ricevette la Medaglia d‘Argento. Il nome di Gulli divenne uno dei simboli delle pulsioni irredentiste italiane verso la Dalmazia annessa alla Jugoslavia.
Giovanni Gondola / Ivan Gundulic (1589 - 1638)
Giovanni Gondola / Ivan Gundulic è considerato uno dei maggiori poeti e scrittori croati della storia. Nato a Ragusa da nobile casata di antiche ascendenze lucchesi, intraprese studi umanistici col gesuita Padre Muzzi, studiò poi filosofia con Padre Ricasoli, nonché diritto: il classico “cursus“ dei giovani nobili ragusei che dovevano prepararsi alla vita politico/diplomatica. Gondola / Gundulic ebbe degli incarici pubblici lungo tutta la vita: la morte gli impedì di divenire Rettore della Repubblica di Ragusa, carica cui era destinato l‘anno successivo. Fra le sue molte opere, si ricordano “Dubravka“, un pastorale scritto nel 1628, ma soprattutto il poema in venti canti “Osman“ (pubblicato postumo solo nel 1826), considerato l‘apogeo della poesia barocca croata ed una delle più grandi opere mai scritte in questa lingua. Significativamente, “Osman“ esalta la secolare lotta cristiana contro gli Ottomani, ove un‘importanza tutta particolare è dedicata ai popoli slavi. In suo onore, il 25 luglio 1893 venne inaugurato un monumento a Ragusa. L‘evento creò fortissime tensioni fra croati e serbi: ognuna delle due comunità pretendeva di considerare il Gondola / Gundulic come “campione“ della propria etnia.
Famiglia Hutterott (XIX° - XX° secolo)
Johann Georg Ritter von Hutterodt (poi divenuto Hutterott), industriale e commerciante triestino innamoratosi del litorale di Rovigno, si spostò in quella cittadina nel 1890, dando l‘inizio ad una delle più significative e tragiche storie familiari istriane dei decenni recenti. Von Hutterott investì ingentissime somme per l‘acquisto di una serie di isole dell‘arcipelago rovignese, nonché terreni, vigneti, pascoli e case. L‘idea era quella di creare una Riviera Istriana concorrente rispetto ad Abbazia e alle nascenti Isole Brioni, valorizzando in particolare la splendida Isola di Sant‘Andrea. A tal fine vennero costruiti alberghi e ville, piantati migliaia di alberi e piante ornamentali, rimessi a posto gli arenili. La famiglia stessa andò ad abitare a Sant‘Andrea, e lì ricevette le visite dei più bei nomi dell‘epoca, compreso nel 1910 l‘erede al trono Francesco Ferdinando d‘Asburgo. All‘interno delle proprie tenute e delle proprie ville, i von Hutterott (chiamati a Rovigno all‘italiana “de Hutterott“) fecero inserire arredi, quadri e suppellettili di grande valore, fra i quali pure una serie di oggetti provenienti dai paesi orientali - Giappone soprattutto - acquisiti durante un viaggio del Cavaliere (“Ritter“ si può tradurre proprio con “Cavaliere“, ma nel mondo tedesco il termine ha un valore nobiliare), console del Giappone a Trieste. Venuto a mancare nel 1910, la moglie Maria e la figlia Barbara ne continuarono l‘opera, anche successivamente al passaggio di sovranità dall‘Austria-Ungheria all‘Italia dopo la Grande Guerra. Al termine del secondo conflitto mondiale, e precisamente il 31 maggio 1945, un gruppo di partigiani fece irruzione nella villa de Hutterott, trucidando le due donne e la loro governante. I beni imponenti degli Hutterott vennero dispersi nel paese: i terreni e le case furono requisiti e poi nazionalizzati; tappeti prezioni ed arredi storici vennero portati in alcune delle molte ville e palazzi divenuti residenze di Tito, compresa la famosa Villa Bianca delle Isole Brioni; altri arredi e quadri si possono trovare nei musei di Parenzo, Pola, Pirano, Zagabria e Fiume. Una parte importante rimase però a Rovigno, dove nel 1954 venne fondato il Museo Civico, il cui nucleo principale proveniva proprio dalle collezioni dei de Hutterott. I tempi erano però poco propizi: il museo chiuse nel 1959, riaprendo definitivamente solo nel 1985. Fino a quel tempo, nei documenti non si trovava nessuna indicazione della provenienza delle opere museali, solo in anni recenti finalmente riconosciuti come già appartenenti ai de Hutterott. Nel 2007 è stato deliberato il finanziamento statale per la completa catalogazione dei beni della famiglia.
Famiglia Inchiostri (XIX° - XX° secolo)
Poco si sa delle origini della famiglia Inchiostri, che si trova attestata in Dalmazia sia a Sebenico che a Zara. Nel 1895, a Sebenico risulta attivo un pastificio a nome di un Vincenzo Inchiostri: la prima industria cittadina che si allacciò quell‘anno alla corrente elettrica. Nello stesso periodo, dei “Fratelli Inchiostri“ erano in città agenti della “Società Internazionale di Assicurazione contro le disgrazie accidentali“, con sede a Vienna e succursale a Trieste. Nel 1866 a Spalato era nato uno dei più famosi personaggi dalmati che portarono il cognome “Inchiostri“: il pittore, restauratore e fotografo Carlo, famoso in Serbia e in Croazia anche come Dragutin o Dragutin Medenjak Inkiostri. Nel 1887, Carlo Inchiostri si spostò a Zara, ove aprì un atelier fotografico. Ma il Nostro visse in svariati posti: fu a Firenze, Zagabria, Karlovac e infine Belgrado, dove morì nel 1942. Un altro noto Inchiostri fu Ugo (1869-1944): triestino di nascita, visse però a Zara ove fu insegnante e igornalista; di lui si ricorda una serie di studi di storia del diritto in Dalmazia. Un altro Inchiostri sebenicense fu Rodolfo, noto per esser stato arrestato assieme ad altri italiani allora soggetti all‘Impero Austroungarico (fra i quali Cesare Battisti e Alcide De Gasperi), in occasione delle manifestazioni per perorare l‘apertura di un‘università italiana a Trieste, tenutesi a Innsbruck il 3 novembre 1904. Rodolfo Inchiostri si spostò in seguito a Zara, e fu fra i fondatori del Fascio di Combattimento di quella città, il 23 aprile 1919. A quel tempo era già professore di filosofia presso il liceo zaratino, mentre nel periodo dell‘annessione della Dalmazia all‘Italia nel corso della seconda guerra mondiale (nella quale perse due figli) fu commissario straordinario a Zaravecchia. Rodolfo Inchiostri fu poi profugo a Napoli, città ove morì nel 1967. Un certo Ruggero Inchiostri - membro del Fascio di Sebenico - fu ricercato per crimini di guerra dagli jugoslavi dopo la guerra. Francesco Inchiostri, studente di economia e commercio di Sebenico, risulta infine fra gli undici dalmati che nel 1919 si spostarono in Italia per perorare la causa della Dalmazia italiana, in una serie di conferenze tenute nelle principali città della Penisola. Tuttora risulta residente a Sebenico una famiglia Inchiostri.
Luigi Lapenna (1825 - 1891)
Magistrato e uomo politico dalmata, nacque a Signo nell‘entroterra di Spalato. Diplomatosi al liceo di Zara, si laureò in giurisprudenza all‘Università di Vienna, abbracciando in seguito la carriera legale: fu procuratore a Spalato e a Ragusa, ed infine Presidente del Tribunale Provinciale di Zara. Aderì fin da subito al partito autonomista, del quale incarnò l‘ala clericale e filo-governativa: per Lapenna la Dalmazia doveva rimanere autonoma dalla Croazia, strettamente nel quadro dell‘ordinamento costituzionale austriaco e rifuggendo totalmente da qualsiasi simpatia per l‘irredentismo italiano. Stabilitosi a Vienna per allontanarsi dalle violente lotte fra filocroati ed autonomisti, divenne consigliere della Suprema Corte di Cassazione e, nel 1874, venne inviato in Egitto su invito del locale governo, per organizzarvi la nascente Corte d‘Appello di Alessandria. Tornato in Austria nel 1881, a partire dall‘anno successivo si impegnò nell‘organizzazione del sistema giudiziario della Bosnia-Erzegovina, recentemente annessa all‘Impero. Nel 1885 tornò a Zara per rianimare le sorti del partito autonomista, pesantemente attaccato dai filocroati e dilaniato da lotte intestine. Eletto deputato nel 1885 fra aspre polemiche che ritardarono alquanto il riconoscimento della legittimità della carica, si dimetterà nel 1888 per motivi di salute, morendo nella casa del figlio a Waldhof, vicino alla cittadina di Persenbeug, sulle rive del Danubio nell‘Austria inferiore.
Famiglia Lazzarini Battiala (XIII° - XX° secolo)
La famiglia Lazzarini Battiala è una delle più antiche dell‘Albonese e dell‘intera Istria. Le origini dei Battiala risalgono al XII° secolo e presentano dei tratti leggendari. Erano grandi latifondisti e proprietari di svariati palazzi. L‘ultima discendente della famiglia, figlia del conte Nicola, sposò nel 1825 il barone Ludovico Lazzarini, di conseguenza il nome della famiglia si modificò in Lazzarini - Battiala. Un Giuseppe Lazzarini Battiala fu agronomo e scrittore ed è ricordato per essere stato di idee socialiste. Fondò l‘Unione dei Minatori, che nel 1921 organizzò gli operai durante il periodo degli scioperi a carattere sociale. Fu Presidente della Provincia di Pola, del Consorzio della Bonifica dell`Arsa e podestà di Albona, modernizzò l‘agricoltura, prosciugò il lago di Felicia (Cepich), e nel 1937 inaugurò il villaggio minerario dell‘Arsa. Convinto patriota, nel secondo dopoguerra fece parte della delegazione italiana alle trattative di pace di Parigi, cercando di mantenere l‘Istria all‘Italia.
Famiglia Luxardo (XIX° - XX° secolo)
Il capostipite Girolamo si trasferì da Genova a Zara e lì fu viceconsole del Regno di Sardegna. Nel 1821 fondò una distilleria per la produzione del maraschino, il celebre distillato di ciliegie marasche noto nel medioevo col nome di “rosolio“. Dopo otto anni ricevette un “privilegio“ dall‘Imperatore d‘Austria a riconoscimento della superiore qualità del suo liquore. Il maraschino di Zara - prodotto negli anni anche dai Drioli (fin dal 1759), dai Vlahov, dagli Stampalia e da altri zaratini - fu il primo prodotto dalmata esportato in tutto il mondo. Nel 1913 il nipote di Girolamo - Michelangelo - fece costruire a Zara una modernissima fabbrica, una delle più grandi dell‘intera Austria-Ungheria. A Michelangelo fecero seguito i figli: Pietro, Nicolò e Giorgio. Gli impianti vennero pesantemente bombardati durante la seconda guerra mondiale, ma la famiglia rimase in città. Appena giunti i partigiani jugoslavi a Zara, fecero prigionieri Pietro e Nicolò assieme alla moglie di quest‘ultimo. Vennero tutti uccisi. Giorgio si salvò e rimise in piedi la produzione in Italia, nel paesino di Torreglia (PD) nei Colli Euganei. Per un certo periodo gli jugoslavi utilizzarono indebitamente il nome di “Luxardo“ per la produzione del maraschino di Zara, poi la famiglia riconquistò il diritto all‘esclusiva. Tuttora la “Luxardo Spa“ è controllata interamente dalla famiglia e miete successi in tutto il mondo.
Famiglia Mazzoleni (XIX° - XX° secolo)
Provenienti da Bergamo, i Mazzoleni furono una delle famiglie più importanti di Sebenico fra il XIX° secolo e i primi decenni del XX° secolo. Il capostipite fu un Giovanni Mazzoleni. Un suo discendente fu il ricco imprenditore e tenore Francesco Mazzoleni,il principale promotore della costruzione di un grande teatro a Sebenico: ventotto finanziatori privati riunirono le proprie forze e raccolsero la somma necessaria. Il teatro fu costruito fra il 1864 e il 1870 ed inaugurato ufficialmente il 29 gennaio 1870, col dramma teatrale “La statua di carne“, dell‘allora noto scrittore Teobaldo Ciconi, portato in scena dalla “Drammatica Compagnia Vittorio Alfieri“ proveniente dall‘Italia. Alla morte di Francesco Mazzoleni, il teatro fu a lui intitolato, e tale intitolazione rimase quella ufficiale fino al 1945. Paolo Mazzoleni, figlio ed erede di Francesco, fu alla testa del comitato che promosse l‘erezione della statua al più famoso sebenicense della storia, Nicolò Tommaseo. Ultima celebre discendente della famiglia fu Ester Mazzoleni (1883-1982), soprano fra i più famosi della sua epoca.
Enrico Millo di Casalgiate (1865 - 1930)
Militare e uomo politico italiano, nacque a Chiavari e frequentò la neonata Accademia Navale di Livorno. Nominato Guardiamarina nel 1884, percorse una carriera che lo vide contrammiraglio nel 1912, vice ammiraglio nel 1916 e ammiraglio d‘armata nel 1923. Millo venne decorato di Medaglia d‘Oro al Valor Militare per la celeberrima impresa della forzatura dello Stretto del Dardanelli durante la guerra italo-turca del 1911-1912. Nominato senatore, fu ministro della Marina fra il 1913 e il 1914. Dopo aver partecipato alla Grande Guerra, nel 1919 venne nominato Governatore della Dalmazia, incarico estremamente difficoltoso nel quale dovette destreggiarsi fra mille insidie, comprese le varie pressioni delle popolazioni locali. Il suo viaggio di ritorno in Italia al termine dell‘incarico, dopo la cessione della Dalmazia al Regno dei Serbi, Croati e Sloveni, divenne per molti dalmati italiani il simbolo della sconfitta: alcuni di essi emigrarono in Italia proprio al seguito di Millo. Nominato nel 1923 Regio Commissario al porto di Napoli, morì a Roma nel 1930.
Famiglia Montecuccoli (XV° - XX° secolo)
La famiglia Montecuccoli è un antico casato modenese, che annovera fra i suoi molti componenti il condottiero, diplomatico e scrittore Raimondo (1609-1680), cui venne intitolata dalla Regia Marina italiana una classe di incrociatori che combatterono nella seconda guerra mondiale, e il conte Rodolfo/Rudolf (1843-1922), comandante della Marina Imperiale austroungarica. Pisino fu fra i domini veneziani dell‘Istria dal 1420 al 1536, ma successivamente alla Lega di Cambrai entrò in possesso degli Asburgo, che la diedero in feudo prima alla famiglia Mosconi di Pisino e in seguito (1766) ai ricchissimi Montecuccoli di Modena. L‘aspetto odierno della costruzione risale ai secoli XV° e XVI°, quando i Mosconi ampliarono e rimodernarono l‘intero complesso. Dal XVIII° secolo i Montecuccoli possedettero anche la signoria di San Dorligo/Dolina, ma abitarono solo saltuariamente in Istria. Nonostante la loro signoria feudale venisse abolita nel 1848, i Montecuccoli mantennero la proprietà del castello di Pisino fino alla fine della seconda guerra mondiale.
Famiglia Morpurgo (XIX° - XX° secolo)
Famiglia ebrea askenazita di Spalato. Furono industriali, editori, commercianti. Erano imparentati con gli Stock di Trieste, e come loro possedevano una fabbrica di liquori: le “Distillerie Morpurgo“. Un Vito Morpurgo rilevò nel 1856 una libreria in Piazza dei Signori, che fu centro di ritrovo dell‘intelligenza cittadina. In quella libreria si vendettero fra le prime cartoline dell‘intera Dalmazia. Vito (chiamato anche Vid, alla maniera croata) divenne in seguito un personaggio di spicco del Partito Nazionale (filocroato) e partecipò fra la fine degli anni ‘70 e l‘inizio degli anni ‘80 dell‘ ‘800 alla violenta e diffamatoria campagna di stampa tesa a colpire l‘ultimo podestà autonomista e italiano di Spalato: Antonio Bajamonti. Il fratello di Vito - Giuseppe - possedeva un negozio di tessuti. Il figlio di quest‘ultimo fu il celebre Luciano Morpurgo (1886 - 1971). Collezionista di cartoline fin da ragazzino (1897), Luciano studiò a Venezia e si laureò nel 1907 a Padova. Risalgono a questi anni le sue prime fotografie: negli anni questa passione divenne un mestiere, e poi un‘arte. All‘entrata in guerra dell‘Italia nel 1915, lasciò clandestinamente Spalato per raggiungere Roma, ove iniziò a dedicarsi professionalmente alla fotografia. Nel 1919 fondò la “Società Tipografica Grafia S.E.D.A. – Sezione Edizioni d’ Arte”. Nel 1924 la sua attività di fotografo venne inquadrata professionalmente entro un‘altra società da lui fondata: l’ I.F.I., Istituto Fotografico Italiano. Nel 1925 fonda la casa editrice “Luciano Morpurgo”, con l’ intento di pubblicare libri di viaggio e di arte. Celebre rimane un suo servizio fotografico del 1927 sulla Palestina. Fu anche autore di un significativo libro di memorie, legato alla sua fanciullezza spalatina: “Quando ero fanciullo“ (1938), firmato “Luciano Morpurgo Spalatino“, primo di tre libri autobiografici che riassumono una vita nella quale la dalmaticità ebbe un forte peso. Nel dopoguerra venne pubblicamente riconosciuto come uno dei fotografi italiani più importanti del secolo, e le sue opere sono oggi conservate nel Gabinetto Fotografico Nazionale. Muore a Roma nel 1971. Ancor oggi - nella piccola comunità ebraica spalatina - si contano dei Morpurgo. In questa sezione si riuniscono alcune cartoline della collezione di Luciano Morpurgo o inviate ad altri membri della famiglia.
Luigi Morteani (XIX° - XX° secolo)
Non si è riusciti a recuperare alcuna nota biografica su questo cultore di storia istriana, autore di alcuni fra i più importanti studi di storia locale fra i quali “Notizie storiche della città di Pirano“ (1886), “Storia di Montona“ (1892) e “Pirano per Venezia“ (1906). I primi due sono stati anche ripubblicati in anni recenti, a testimonianza della loro attualità. Morteani fu socio della Società Istriana di Archeologia e Storia Patria. Qui si presentano le cartoline scritte o dirette a Morteani.
Pier Alessandro Paravia (1797 - 1857)
Zaratino di nascita, proveniva da un‘insigne famiglia di militari della Serenissima Repubblica. Studiò a Venezia e poi a Padova, laureandosi in legge nel 1818. Nel 1837 assunse la cattedra di Eloquenza all‘Università di Torino, ove morì nel 1857. Il trasferimento da Venezia a Torino insospettì le autorità austriache, che anche a causa delle sue amicizie - fra le quali Niccolò Tommaseo, Silvio Pellico, Vincenzo Gioberti e Antonio Rosmini - lo sottopose a rigoroso controllo quando si tratteneva nei domini imperiali. Fu grazie ad una sua cospicua donazione libraria che sorse a Zara la celebre Biblioteca Paravia presso il palazzo della Loggia cittadina, tuttora attiva sia pure sotto altro nome ed in altro luogo. In tempi recenti è possibile in Croazia trovare delle pubblicazioni col nome del Paravia croatizzato in “Petar Aleksandar Paravija“.
Giulio Parisio (1891 - 1965)
Napoletano di nascita, fin da giovanissimo Parisio si appassionò di fotografia. Richiamato alle armi, al termine della Grande Guerra ebbe l‘incarico di documentare “le vestigia di italianità esistenti in Dalmazia“, e così venne aggregato alle truppe italiane ivi stanziate in attesa delle decisioni del tavolo della pace. Nel 1919 allestì una prima mostra fotografica presso il Teatro Verdi di Zara, riscuotendo un tale successo da aprirgli le porte per la carriera di fotografo. Nel 1924 aprì il suo primo atelier a Napoli in piazza Plebiscito, dove in seguito aprì una galleria d‘arte assieme al pittore futurista Carlo Cocchia. Parisio si avvicinò quindi al Futurismo, partecipando a molte mostre e manifestazioni organizzate dal movimento. Marinetti lo definì “il più grande futurista fra i fotografi del mondo“. La sua fama svanì quasi completamente negli anni ‘40, e Parisio venne riscoperto solo in anni relativamente recenti, successivi alla sua morte avvenuta nel 1965. In questa sezione sono riunite le cartoline stampate in serie da fotografie di Giulio Parisio e da lui stesso prodotte come editore.
Francesco Patrizi (1529 - 1597)
Franciscus Patricius (in italiano Francesco Patrizi o de Petris), fu un filosofo di orientamento platonico. Nacque a Cherso nel 1529 e morì a Roma nel 1597. Studiò nella sua città natale con Petruccio da Bologna, a Venezia con Andrea Fiorentino e a Ingolstadt sotto la protezione del cugino Mattia Flacco. Studiò poi a Padova, e fu in questo ambito che iniziò a scrivere di filosofia e critica letteraria. Ebbe in gioventù una vita movimentata, che fra Cherso, Venezia, Ferrara e Cipro lo vide anche partecipare alla guerra turco-veneziana per il dominio proprio dell‘isola di Cipro. Insegnò filosofia all‘università di Ferrara e dal 1587 entrò a far parte dell‘Accademia della Crusca. Dal 1592 papa Clemente VIII lo nominò professore a Roma, città nella quale passò gli ultimi anni della propria vita. Fu uno dei più noti e prolifici filosofi del suo tempo, scrivendo in latino e italiano. Dal 1992 si svolgono a Cherso le “Dani Frane Petrića“ (Giornate di Francesco Patrizi): convegni in onore del filosofo rinascimentale, in anni recenti croatizzato e rinominato, appunto, “Frane Petric“.
Famiglia von Pflanzer-Baltin (1898 - XX° secolo)
La breve storia della famiglia von Pflanzer-Baltin nasce in una data precisa: il 21 febbraio 1898 un decreto imperiale permise al nobile ufficiale Josef Freiherr von Baltin - oramai congedato e senza eredi - di cedere il proprio titolo nobiliare e il proprio cognome al nipote Karl Pflanzer, all‘epoca colonnello e capo di stato maggiore dell‘Undicesimo Corpo dell‘Armata Imperiale, di stanza a Leopoli (in tedesco Lemberg, in Ucraina). A sua volta figlio di un militare di carriera, Karl von Pflanzer-Baltin era nato a Pécs (Ungheria) il 1 giugno 1855. Instradato - secondo tradizione - verso la carriera militare, frequentò l‘Accademia di Wiener Neustadt, ed in seguito passò di grado in grado, fino a diventare Generalmajor nel 1903, Feldmarschall-Leutnant nel 1907, General-Inspektor der Korps-Offiziersschulen nel 1911, General der Kavallerie (onorario) nel 1912. Lo scoppio della Prima Guerra Mondiale gli fece rinviare necessariamente la sua richiesta di congedo per raggiunti limiti d‘età. Nel 1914 divenne General der Kavallerie (effettivo), assumendo il comando di un gruppo d‘armate che secondo tradizione da lui prenderà il nome (Armeegruppe Pflanzer-Baltin), e che sarà impiegato sul fronte orientale in una lunga serie di sanguinose battaglie. Entrato in forte contrasto con i comandi tedeschi, Karl von Pflanzer-Baltin riceverà un‘amichevole lettera da parte dell‘arciduca Federico d‘Austria, in seguito alla quale rassegnerà le proprie dimissioni (8 settembre 1916). Il nuovo imperatore Carlo lo richiamerà però in servizio l‘anno successivo. Il generale von Pflanzer-Baltin s‘impegnerà nuovamente in battaglia contro le truppe franco-italiane sul fronte sud-orientale europeo. L‘armistizio lo coglierà nella zona di Cattaro. Dopo la guerra Karl von Pflanzer-Baltin si ritirerà a Vienna, dove morì l‘8 aprile 1925. Nel 1898 aveva sposato la nobildonna ungherese Hedwig Feger de Mercyfalva et Temes-Zsadany, dalla quale ebbe due figli: Arthur (1888-1963) ed Erwin (1893-1914). Quest‘ultimo - ufficiale di cavalleria - morì in battaglia in Galizia nel mese di aprile del 1915. Di Erwin von Pflanzer-Baltin è rimasto il carteggio con la propria fidanzata, l‘inglese Violet Armstrong Murchison, continuato anche durante la guerra.
Carlo Porro (1854 - 1939)
Discendente da una delle più antiche famiglie milanesi, abbracciò la carriera militare e fu fra il 1915 e il 1917 sottocapo di stato maggiore dell‘esercito: il braccio destro di Cadorna. Nominato senatore del Regno nel 1916, giurò il 12 luglio del 1917, a poco più di tre mesi dalla rotta di Caporetto che condusse Cadorna e il suo staff alla sostituzione. Al temine della guerra fu comunque nominato generale di corpo d‘armata da Mussolini e ministro di Stato. E‘ ricordato anche come geografo militare e civile: fra il 1915 e il 1918 fu vicepresidente della Reale Società Geografica Italiana. All‘inizio della Prima Guerra Mondiale, venne pubblicata una serie di cartoline raffiguranti le città “irredente“, accompagnate dall‘immagine di rilevanti uomini di Stato. Fra questi, il generale Carlo Porro.
Antonio Radman (1818 - 1893)
Uomo politico autonomista spalatino, fu deputato alla Dieta della Dalmazia (nei periodi 1860-1864, 1867-1870 e 1885-1886) e fra i principali collaboratori di Antonio Bajamonti.
Giovanni Randaccio (1884 - 1917)
Maggiore del 77° Reggimento “Lupi di Toscana“, cadde a San Giovanni al Timavo il 28 maggio 1917. Gabriele d‘Annunzio ne avvolse la salma con una bandiera tricolore. Tale bandiera - denominata “Bandiera del Timavo“ - fu utilizzata dal poeta come potente ed evocativo simbolo durante l‘intera impresa di Fiume. Attualmente il cimelio è conservato presso il Vittoriale sul lago di Garda.
Luigi Rizzo (1887 - 1951)
Militare italiano, nel corso della Grande Guerra partecipò ad un‘incredibile serie di azioni che gli valsero due Medaglie d‘Oro al Valor Militare, quattro Medaglie d‘Argento e due Croci di Guerra, facendolo diventare l‘italiano col più alto numero di decorazioni al valore di tutto il conflitto, dopo Gabriele d‘Annunzio. Nato a Milazzo nel 1887, venne ammesso all‘Accademia Navale di Livorno per la frequenza del Corso Allievi Ufficiali di Complemento nel 1907, uscendone l‘anno successivo col grado di guardiamarina. Fra le sue imprese alla guida dei MAS (motoscafi d‘assalto della Regia Marina), ricordiamo l‘affondamento della corazzata austroungarica “Wien“ del 10 dicembre 1917, la “Beffa di Buccari“ del 10/11 febbraio 1918 e l‘affondamento della corazzata “Szent Istvan“ al largo dell‘isola di Premuda del 10 giugno 1918. A partire dal 1939, il 10 giugno è stato istituito come giorno di festa della Marina Militare Italiana. Volontario fiumano con d‘Annunzio nel 1919, nel 1920 lasciò il servizio attivo. Ripresentatosi volontario per la guerra d‘Etiopia nel 1936, venne promosso Ammiraglio di Squadra della Riserva Navale. Nel settembre 1943 era Presidente dei Cantieri Riuniti dell‘Adriatico ed ordinò il sabotaggio del naviglio perché non cadesse in mano dei tedeschi. Deportato in Germania assieme alla figlia Guglielmina, tornò in Italia nel 1945. E‘ morto a Milazzo il 27 giugno 1951.
Egisto Rossi (1882 - 1908)
Storico fiumano, fu fra i fondatori della “Giovine Fiume“. Distintosi ancora giovanissimo fra gli irredentisti istriano/dalmati, collaborò a “La Voce“ di Prezzolini assieme ai fratelli triestini Giani e Carlo Stuparich (volontari di guerra con l‘Italia, Carlo morì combattendo sull‘Altopiano di Asiago) e agli altri fiumani Enrico Burich e Mario Angheben (morto combattendo sul Podgora). Nel 1913 fu l‘autore della “Guida di Fiume e dei suoi monti“, in collaborazione coll‘allora presidente del Club Alpino Fiumano Guido Depoli. Lungo la sua giovane vita, fu fra i maggiori propugnatori di una “Storia di Fiume“, nella quale si racchiudesse l‘intero arco degli eventi della città, oltre che della creazione di un archivio storico fiumano. Durante il periodo di sovranità italiana sulla regione, a Egisto Rossi vennero dedicate la Scuola Magistrale di Fiume e un rifugio del Club Alpino Italiano sul Monte Lisina.
Ante Ruzic / Antonio Russich “Baco“ (XIX° - XX° secolo)
Ante Ruzic-Baco fu un atleta molto noto nella Spalato a cavallo fra il XIX° e il XX° secolo. Considerato fra i “ridikuli“ della città (così venivano chiamati i personaggi più bizzarri di Spalato), sempre pronto a sfide ritenute impossibili, divenne celebre per aver battuto di corsa e per ben 15 minuti il treno che da Spalato portava a Clissa, vincendo un premio di 200 corone. La sfida ebbe luogo il 27 settembre 1908. Dalla cartolina qui riprodotta si ricava una sua partecipazione al Campionato d‘Europa, ma non è chiaro se arrivasse primo a questo campionato (interpretazione per la quale si propende) o se quello fosse il primo Campionato d‘Europa.
Antonio Salandra (1853 - 1931)
Uomo politico italiano, fu Presidente del Consiglio dei Ministri dal 21 marzo 1914 al 18 giugno 1916. Assieme al ministro degli esteri Sidney Sonnino, fu uno dei principali artefici dell‘entrata in guerra dell‘Italia al fianco della Triplice Intesa nel 1915. Salandra ipotizzava che l‘entrata in guerra dell‘Italia avrebbe cambiato repentinamente il corso degli eventi bellici, ma anche il fronte italiano fu strutturalmente simile al fronte francese: guerra d‘attrito in trincea con enormi dispendi di vite umane in assalti frontali mai risolutivi. In seguito all‘offensiva austriaca del 1916 (c.d. “Strafexpedition“) fu costretto a dimettersi. Dopo la guerra, appoggiò decisamente l‘avvento al potere del fascismo nel 1922. Nel 1915 furono pubblicate delle serie di cartoline rappresentanti alcune vedute di città “irredente“, abbinate a pubbliche personalità politico-militari italiane. Una di queste personalità fu proprio Antonio Salandra.
Ercolano Salvi (1861 - 1920)
Spalatino di nascita e stretto collaboratore di Antonio Bajamonti, alla morte di questi gli succedette - appena trentenne - alla guida degli italiani della sua città. Esponente di spicco del partito autonomista - del quale divenne uno dei capi - fu eletto alla Dieta provinciale della Dalmazia dalla Camera di commercio di Zara (tenne la carica dal 1891 al 1918), sostenendovi con forza l‘idea dell‘autonomia della Dalmazia dalla Croazia. Svolse un‘intensa attività giornalistica e nel 1893 fu il fondatore del gruppo spalatino della “Lega Nazionale“, divenendone il presidente. Fece quindi riaprire le scuole popolari italiane della Lega a Spalato, Sebenico, Ragusa, Curzola, Lesina e Veglia. All‘ingresso dell‘Italia nella Grande Guerra, subisce l‘arresto per alto tradimento al ritorno di un viaggio nella penisola, venendo incarcerato a Graz fino all‘amnistia imperiale del 1917. Al termine della guerra si trasferisce in Italia per iniziare una frenetica attività di propaganda, soprattutto per l‘inclusione della sua città natale fra i territori annessi dall‘Italia stessa. Alla notizia della firma del Trattato di Rapallo (12 novembre 1920), Salvi - assieme a Roberto Ghiglianovich - redige un comunicato di protesta, nel quale si condanna aspramente il governo del Regno per la rinuncia alla parte della Dalmazia inserita nel Patto di Londra. Dopo un ultimo discorso, il 16 novembre viene colto da un attacco cardiaco. Si spegne quattro giorni dopo, avendo appena ricevuto la notizia della sua nomina a senatore.
Enrico Asinari di San Marzano (1869 - 1938)
Militare e uomo politico italiano, entrò a Fiume il 17 novembre 1918 al comando di alcuni reparti della III Armata, costringendo le truppe serbo/croate a cedere il controllo della città. Assieme alle truppe italiane, entrarono in città anche dei reparti inglesi e americani. Di fatto, il generale di San Marzano costituì a Fiume un Comando di Occupazione Interalleata. Per evitare che il di San Marzano venisse sostituito da un alto ufficiale francese, il 29 novembre 1918 il governo italiano lo sostituì col generale di corpo d‘armata Francesco Saverio Grazioli.
Nazario Sauro (1880 - 1916)
Patriota istriano italiano la cui figura fu innalzata nell‘empireo degli eroi nazionali, nacque a Capodistria il 20 settembre 1880. Ottenuto il brevetto di Capitano Marittimo, a vent‘anni - al suo primo comando di una nave mercantile - aveva già una notevole esperienza di mare. Gran conoscitore delle rotte lungo tutta la costa orientale dell‘Adriatico, allo scoppio della prima guerra mondiale lasciò Capodistria per raggiungere Venezia, dove assieme ad altri giuliano-dalmati sostenne l‘intervento italiano in guerra. Volontario della Regia Marina, al comando di vari tipi di imbarcazioni militari in 14 mesi compì oltre sessanta missioni. Il 30 luglio 1916, incaricato di compiere un‘incursione su Fiume al comando del sommergibile Giacinto Pullino, si incagliò sullo scoglio della Gagliola all‘imbocco del Golfo del Quarnaro. Venne catturato, processato per alto tradimento in quanto suddito dell‘Impero Austroungarico combattente per potenza straniera e condannato a morte per impiccagione, eseguita a Pola il 10 agosto del 1916. Decorato di medaglia d‘oro al Valor Militare, divenne simbolo della voglia di riscatto delle genti italiane dell‘Istria. In suo onore s‘intitolarono piazze, rive e vie e si costruirono monumenti, il più noto e scenografico dei quali nella sua città natale. Distrutto durante la guerra il monumento ed eliminato il suo ricordo in Istria, il corpo di Nazario Sauro venne trasportato assieme a vari suoi cimeli a Venezia e dal 7 marzo del 1947 riposa presso il Tempio Votivo del Lido di Venezia.
Famiglia de Schonfeld (XIX° - XX° secolo)
Fin dagli anni ‘60 del XIX° secolo risulta attiva in Zara una stamperia/casa editrice di nome “von Schonfeld“. Questa cartolibreria pubblicò le prime cartoline zaratine, alla fine del XIX° secolo. Il nome testimonia di una provenienza dal mondo tedesco, ma viene frequentemente traslitterato in “de Schonfeld“: quest‘ultima dizione è riscontrabile nella gran parte delle cartoline pubblicate da questo editore. E‘ noto un Enrico de Schonfeld (1873 - 1942) fervente irredentista, che partecipò assieme ad altri zaratini ai funerali del re d‘Italia Umberto I nel 1900, a testimoniare l‘affetto dei dalmati verso la Corona d‘Italia. Un altro Enrico de Schonfeld - discendente dal primo - fu uno dei feriti nelle manifestazioni pro-italiane di Trieste del novembre 1953.
Jean-de-Dieu Soult (1769 - 1851)
Maresciallo e uomo politico francese, riuscì a percorrere una lunghissima carriera nonostante l‘avvicendarsi di diversi regimi politici: dal regno di Francia alla rivoluzione, dal periodo napoleonico alla restaurazione. Nel giugno del 1808 fu investito da Napoleone del titolo di Duca di Dalmazia, nonostante lui non abbia messo mai piede in questa regione adriatica, allora controllata dalla Francia. Il titolo si estinse alla morte figlio Napoléon-Hector Soult de Dalmatie (1802-1857).
Otto von Steinbeis (1839 - 1920)
Industriale tedesco, fu il fondatore di un conglomerato di imprese che spaziava dal settore bancario all‘estrattivo, dalla lavorazione del legname ai trasporti. Fece della Dalmazia il luogo di partenza delle merci prodotte in Bosnia, costruendo strade e ferrovie per il loro trasporto (le prime ferrovie della regione). Oltre a ciò, vennero fondati interi villaggi ed ospedali, ove trovavano alloggio e assistenza non solo le migliaia di operai delle società del gruppo, ma pure gli abitanti del luogo. Alla fine della prima guerra mondiale, tutto l‘impero manufatturiero e commerciale di Otto von Steinbeis venne requisito e poi nazionalizzato dal Regno dei Serbi, Croati e Sloveni. Il nome del gruppo fu cambiato in SIPAD, e tuttora questo è uno dei maggiori conglomerati produttivi della Bosnia Erzegovina nonché il maggior produttore di legname dei Balcani.
Famiglia Tacco (XIV° - XIX° secolo)
Nobile famiglia capodistriana. Troviamo il suo nome - Del Tacco - nel Libro Aureo dei Titolati della Repubblica di Venezia: solo tredici famiglie capodistriane avevano questo rango. Uno dei più bei palazzi barocchi di Capodistria è appartenuto proprio alla famiglia Tacco, ma dal 1893-1894 divenne sede della Biblioteca Civica - poi denominata Biblioteca Comunale - successivamente del Civico Museo di Arte e di Storia, ed infine - fino ai tempi nostri - sede del Museo Regionale di Capodistria. Il palazzo originariamente apparteneva ai Belgramoni, una ricca famiglia di nobili locali, ma venne perso al gioco a favore di un conte Tacco.
Giuseppe Tartini (1692 - 1770)
Violinista e compositore, è il più illustre piranese della storia ed a lui è intitolata la principale piazza cittadina. Rivelatasi precocemente la sua eccezionale predisposizione verso la musica, venne perciò inviato a studiare a Capodistria. Nel 1710 lo troviamo a Padova a studiare diritto e a coltivare un‘altra sua enorme passione, e cioè l‘arte della scherma. Sposatosi contro il parere dei genitori, dopo qualche anno di turbolenze che lo condussero anche a nascondersi in un convento ad Assisi, riuscì finalmente a dedicarsi con assiduità allo studio del violino, prima a Venezia, poi ad Ancona e infine ancora a Padova. Inventò nuove tecniche strumentali, e la sua fama iniziò a farlo conoscere in ambito europeo, tanto da farlo diventare il più famoso violinista della sua epoca, esecutore e maestro ricercatissimo. Anche le sue composizioni contribuirono a crearne un vero e proprio mito: fra tutte, celeberrima la sonata in sol minore nota come “Trillo del diavolo“. Morì a Padova il 26 febbraio del 1770. Il suo corpo è inumato nella chiesa di Santa Caterina, oggi sede universitaria. La leggenda vuole che un etereo fantasma femminile danzi ancora per le navate di Santa Caterina al suono della sua musica.
Wilhelm von Tegetthoff (1827 - 1871)
Ammiraglio della marina austroungarica. Nacque a Marburgo - l‘attuale Maribor in Slovenia - e studiò presso il Collegio Navale di Venezia. In seguito partecipò al blocco navale contro la città, durante i moti del 1848/49. Fu comandante della flotta imperiale nella celebre battaglia di Lissa contro la flotta italiana del 20 luglio 1866, nel corso della guerra austro/prussiana che vide il Regno d‘Italia schierato contro l‘Austria-Ungheria (c.d. terza guerra d‘indipendenza). A dispetto di forze navali inferiori e più obsolete, riportò un‘eclatante vittoria, che segnò un vero e proprio spartiacque nella storia della Dalmazia del XIX° secolo. Accolto in patria come un eroe, in suo onore vennero innalzati monumenti in varie città imperiali. Colpito da improvvisa malattia, morì a Trieste, al tempo maggiore porto dell‘impero Austroungarico.
Niccolò Tommaseo (1802 - 1874)
Fra i massimi linguisti e scrittori italiani del XIX° secolo, nacque a Sebenico il 9 ottobre 1802. Studiò nel suo paese natale, poi a Spalato ed infine a Padova, ove si laureò in legge nel 1822. Fin dagli anni giovanili aveva coltivato il sogno di un‘Italia libera e propugnato l‘idea di una Dalmazia cosmopolita ed autonoma, ponte fra latinità e mondo slavo. Credette di trovar riscontro alle sue idee gettandosi anima e corpo nei moti veneziani del 1848/49 e divenendo ministro dell‘istruzione nel governo rivoluzionario di Daniele Manin, ma dopo la caduta della città fu costretto all‘esilio a Corfù. Fu contrario all‘unificazione italiana nella forma e nei modi cui si venne profilando sotto la dinastia dei Savoia, tanto da rifiutare sia la cittadinanza italiana che la nomina a Senatore del Regno. Passò gli ultimi anni a Firenze, ove morì il 1 maggio 1874. Di carattere estremamente polemico e scontroso, lasciò un‘enorme produzione letterario/saggistica, con un capolavoro assoluto che è il “Dizionario della lingua italiana“ in otto volumi, completato solo dopo la sua morte.
. Umberto I (1844 - 1900)
Secondo re d‘Italia (1878-1900), venne soprannominato “re buono“ per il suo atteggiamento di fronte a alcune calamità che colpirono il paese, ma fu un duro conservatore. Sposata la cugina Margherita, ebbe un solo figlio, il futuro re Vittorio Emanuele III. In politica estera fu un acceso sostenitore della Triplice Alleanza con Germania e Austria. Fautore di una politica coloniale in Africa, fu invece molto tiepido nei confronti delle rivendicazioni irredentise ai confini orientali del regno. Morì a Monza il 29 luglio del 1900 a seguito di un attentato dell‘anarchico Gaetano Bresci, che voleva vendicare la repressione dei moti popolari del 1898. Ai suoi funerali partecipò anche una delegazione di italiani dall‘Istria e dalla Dalmazia. Il 7 agosto del 1900 il consiglio comunale di Cittanova deliberò di intitolare la piazza del paese proprio a Umberto I, contro il volere delle autorità austriache.
Dinko Vitezić (1822 - 1904)
Nato a Verbenico sull‘isola di Veglia il 24 luglio 1822, fu uno dei più importanti esponenti del risorgimento croato in Istria e in Dalmazia. Laureatosi in diritto a Padova, prestò servizio nell‘amministrazione pubblica a Zara, ove entrò nella cerchia dei nazionalisti dalmati Mihovil Pavlinovic e Miho Klaic, assieme ai quali fondò la delegazione dalmata dell‘associazione croata “Matica“ (una sorta di “Lega Nazionale“ dei croati). Si spostò in seguito in Istria, divenendo la figura di spicco del movimento irredentista croato. Fondò e fu il primo presidente della “Società dei Santi Cirillo e Metodio“, che si prefiggeva di favorire la diffusione del croato fra i giovani con l‘apertura di scuole, sale di lettura, libri e giornali. Fu altresì uno dei fondatori dell‘ “Accademia degli slavi“ di Veglia e della “Sala di lettura croata“ di Verbenico. Morì a Zagabria il 25 dicembre 1904.
. Vittorio Emanuele III (1869 - 1947)
Re d‘Italia dal 1900 al 1946, durante la sua lunga vita vide scatenarsi una guerra mondiale che ampliò i territori orientali del Regno, e poi l‘avvento del fascismo e una seconda guerra che provocò la perdita non solo di quasi tutte le precedenti conquiste, ma anche della corona per i Savoia e un loro lungo esilio. Figlio di re Umberto I e di Margherita di Savoia, fra di loro cugini, probabilmente a causa di questa consanguineità nacque con una malformazione alle gambe che contribuì alla costruzione di un carattere chiuso e schivo. Proprio per scongiurare problemi di salute nella linea diretta di successione al trono, oltre che per rafforzare la politica balcanica del Regno, venne prescelta come sua sposa una principessa montenegrina: Jelena Petrovic Njegos (Elena del Montenegro), figlia di re Nicola. Fu un matrimonio sostanzialmente riuscito, ed è in parte a questo che è dovuto l‘interesse che Vittorio Emanuele rivolse alla storia e alla politica dei Balcani, con ovvia precedenza per il Montenegro. Nel corso delle sue visite, fu anche in Istria, a Fiume e a Zara. Gran parte delle cartoline a lui dedicate e qui inserite si riferiscono a questi viaggi o sono di carattere irredentistico/propagandistico. Dopo aver abdicato a favore del figlio Umberto, Vittorio Emanuele III partì per l‘esilio. Morì ad Alessandria d‘Egitto il 28 dicembre 1947
Famiglia Vlahov (XIX° - XX° secolo)
Proveniendo dalla zona di Sebenico, il capostipite Romano Vlahov fondò a Zara negli anni ‘90 del XIX° secolo la “Distilleria Romano Vlahov“, che oltre al rinomato maraschino produceva altri tipi di distillati ed infusi. Fra questi, l‘ “Amaro Zara“, molto noto fra la fine dell‘ ‘800 e la prima metà del ‘900. La produzione era di tale qualità, che ricevette - come i Luxardo - uno speciale privilegio Imperiale dalla Casa d‘Austria-Ungheria. I Vlahov possedevano dei fondaci in altre località della Dalmazia e a Salonicco, ed erano una delle famiglie più ricche della città. Pesantemente colpiti durante i bombardamenti della seconda guerra mondiale, gli stabilimenti Vlahov non vennero più ricostruiti. La famiglia esodò in Italia, dove cercò di ricominciare la produzione. La fortuna però venne a mancare, tanto che il marchio venne ceduto alla famiglia Casoni di Modena. Attualmente il nome “Vlahov“ non esiste più nel mercato dei liquori. La tomba di Romano Vlahov è tuttora visibile nel cimitero di Zara.
Ivo Vojnovich (1857 - 1929)
Scrittore di Ragusa, era figlio del conte Costantino de Vojnovich e di Maria de Serragli. Passò gran parte della giovinezza a Spalato e poi a Zagabria, ove studiò legge presso la locale università. Seguì la carriera di giudice in varie località dalmate, fino a quando - per motivi politici - venne allontanato dall‘incarico. Nel 1911 viaggiò per l‘Italia, che considerava il suo ideale letterario e della quale parlava perfettamente la lingua. Vasta fu la sua produzione letteraria, iniziata nel 1880 e continuata fino agli ultimi giorni della sua vita. Nel 1914 tornò a Ragusa, ma venne arrestato dalla polizia austriaca con l‘accusa d‘essere un “noto nazionalista Jugoslavo“: il suo ideale era quello dell‘unione dei popoli sud-slavi. Morì a Belgrado dopo una lunga malattia che lo rese cieco. Attualmente, proprio a causa di questa sua visione unitaria viene considerato croato dai croati, ma alcuni studiosi serbi lo inseriscono nella storia della letteratura serba. (NB: Per la grafia del suo nome, si è scelto di trascriverne esattamente la firma così come appare in una sua cartolina)
Jovan Zaffron (Zoffran) (1807 - 1881)
Appartenente ad una storica famiglia curzolana di ascendenze italiane, Jovan (Giovanni) Zaffron fu prima vescovo di Sebenico (1863) e poi di Ragusa (1872). Partecipò al Concilio Vaticano I° dall‘8 dicembre 1869 al 20 ottobre 1870.
Luigi Ziliotto (1863 - 1922)
Uomo politico zaratino e dal 1920 senatore del Regno d‘Italia, fu grande difensore dell‘elemento italiano della Dalmazia. Era podestà di Zara allo scoppio della prima guerra mondiale fino allo scioglimento del comune disposto dall‘autorità austriaca nel 1916. Assieme a Giuseppe Erzeg, Natale Krechich, Giovanni Ghiglianovich, Giuseppe Pacomio e Carlo de Hoebert, il 28 ottobre 1918 - nell‘imminenza del crollo dell‘impero austroungarico - fondò il Consiglio Nazionale di Zara con l‘obiettivo dichiarato di proporne l‘annessione all‘Italia. Fu il primo podestà di Zara italiana e - assieme a Natale Krechich - guida del partito liberale italiano cittadino, che condusse alla vittoria in occasione delle elezioni comunali del 1922, battendo il partito fascista. Morto inaspettatamente, venne intitolata a suo nome una delle principali calli cittadine. Il suo corpo riposa tuttora nella natia Zara.